La guida in lingua araba: “L’Egizio si impegna ma la nostra gente risponde ancora poco”

Latifa: ai bambini nati qui parliamo in italiano
ANSA

Le donne che hanno seguito la formazione per diventare guide il sabato fanno le volontarie


Pubblicato il 13/02/2018
Ultima modifica il 13/02/2018 alle ore 07:22
torino

Ieri, come da quando è scoppiata la polemica, Latifa, Amina, Chadia e le altre guide arabofone dell’Egizio, si sono scambiate messaggi sul gruppo whatsapp fin dal mattino. Chi ha potuto è andato alla manifestazione. Per loro questa vicenda è incredibile. «Lo scorso anno il Museo aveva fatto la stessa campagna, ma non era successo niente. Adesso, con le elezioni, hanno addirittura tentato di farne una guerra di religione... Ma l’invito è rivolto a tutti gli arabi, musulmani, copti, a chi non è religioso, tutti», dice Latifa Tazzit. Latifa, 46 anni, laurea in Scienze economiche, due figlie, in Marocco insegnava matematica, qui è diventata mediatrice culturale. È cittadina italiana dal 2013, una delle 11 donne nordafricane che nel 2017, con il progetto di Mondi in Città Onlus, l’Egizio ha formato come guide, «ambasciatrici culturali» nelle loro comunità. 

 

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Come è iniziata l’avventura al Museo Egizio?  

«Io e altre mediatrici accompagnavamo già al Museo le donne che seguono i corsi del progetto “Torino la mia città”, con cui studiano l’italiano, imparano a conoscere la città, i suoi servizi, le sue opere d’arte. Amina El Montassib, la mediatrice più “anziana” ha fatto la proposta di formare guide arabofone. Grazie a un bando è stato organizzato il corso: abbiamo visitato e studiato bene ogni parte del Museo. Anche adesso, come socie dell’Associazione amici collaboratori del Museo Egizio, possiamo entrare in qualsiasi momento per continuare a studiare, approfondire. Ogni sabato facciamo le guide volontarie, in arabo e anche in italiano». 

Anche in italiano?  

«Sì, quando non ci sono visitatori arabi, guidiamo visite in italiano. Ma l’italiano serve soprattutto quando arrivano famiglie arabe con i bambini nati qui, di madrelingua italiana». 

Questa opportunità che cosa ha significato per voi?  

«Le donne che hanno partecipato alla formazione sono state scelte tra quelle che avevano seguito in passato i corsi del Meic e di Mondi in città, le più motivate. Partecipare al progetto ci ha insegnato una cosa importante: che i musei raccontano una civiltà, una storia... Due donne egiziane che questa civiltà l’avevano già studiata in Egitto hanno aiutato noi marocchine a capire. Poi, conoscere il Museo così a fondo, ci ha dato sicurezza, ha fatto crescere la nostra autostima. Poco alla volta siamo diventate autonome». 

Poi avete debuttato...  

«È stata importante per noi la giornata del 25 giugno, quando il Museo ha fatto un’apertura straordinaria per la Giornata del Rifugiato. Ma oltre alle visite, c’è un’altra cosa di cui siamo orgogliose: a fine corso abbiamo preparato una tesina che ora dovrebbe diventare un libro. Si intitola “La vita quotidiana nell’antico Egitto”, speriamo di vederlo al bookshop».  

Qual è la parte del Museo che predilige?  

«La mia preferita è la galleria dei sarcofagi, mi piace raccontare le usanze, parlare degli amuleti che mettevano durante il bendaggio delle mummie. E poi mi piacciono le mummie: la Camera delle tre sorelle e la “Camera degli orrori”, con mummie a cui i ladri avevano tolto le bende per derubarle. Il Museo le ha coperte con lenzuola...». 

Latifa, voi siete pronte, il sabato al Museo aspettate i visitatori da guidare. Ma la contestata campagna dedicata alla comunità araba ha avuto successo?  

«Purtroppo l’accoglienza non è stata così significativa. Noi ce lo diciamo: siamo dispiaciute e persino un po’ vergognose per i grandi sforzi che il Museo fa nei confronti della comunità araba. Che però non risponde come dovrebbe. Lo scopo è di avvicinare le persone alla storia della loro cultura». 

C’è qualcosa da correggere?  

«È difficile. Nelle nostre comunità non c’è l’abitudine di andare a visitare i musei. Noi ci siamo il sabato e il sabato le famiglie vanno a fare la spesa, quelle egiziane portano i bambini alla scuola di arabo Il Nilo. Comunque gli altri giorni i bambini vanno a scuola... Bisogna che ci impegniamo di più per riuscire a portarle». 

 

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