Cosmo: “In equilibrio come un acrobata tra sballo, famiglia e techno”

Il nuovo doppio album: «Per ballare fino all’alba»

Il cantautore torinese Cosmo, 36 anni Vive a Ivrea con la moglie e i due figli


Pubblicato il 12/01/2018
Ultima modifica il 12/01/2018 alle ore 12:19
IVREA (TOrino)

Per parlare del nuovo album di Cosmo si può partire da tasse e partita iva. Nel suo studio di Ivrea (Torino), in una vecchia camera da letto della casa dove Marco Jacopo Bianchi, classe 1982, vive con la moglie e i due figli di due e quattro anni, negli ultimi tempi si sono moltiplicate le diavolerie tecnologiche che gli permettono di fare musica e continuare a sperimentare. «Guarda questo sintetizzatore, passaci la mano sopra: le senti le macchie di cocktail e sudore? È quello che ho usato nell’ultimo tour, 90 date. Adesso porterò quest’altro - dice indicandone uno nuovo di zecca – D’altronde ora che ho la partita Iva lo posso scaricare e così ho investito parecchio in tecnologia».  

 

La magia di Cosmo, a parte la sua musica, sta in questo: uno straordinario equilibrio tra sballo e famiglia, tra techno e pannolini, Ivrea e Bangkok, per riprendere il nome di una delle ultime tracce del suo nuovo doppio album, Cosmotronic, in uscita oggi. “Come un acrobata, cercando di non cadere” recita sua madre nel brano “Barbara”, lei che era già apparsa in una foto in bianco e nero sulla copertina del disco precedente, L’ultima festa. Solo uno dei modi in cui la quotidianità della famiglia entra nel suo lavoro artistico. Come in una specie di frullatore.  

 

 

In quest’ultimo lavoro hai spinto molto sull’acceleratore del clubbing giusto?  

«Decisamente. Il primo disco è più strutturato, ci sono brani che rispecchiano la struttura strofa-ritornello. Il secondo è più viaggio. Ma in entrambi il pop è una scusa per portare il suono su ritmi nuovi. Stavamo pensando di far uscire Animali come possibile singolo estivo, ma è una traccia a 126bpm: forse pompa un po’ troppo per le radio». 

 

Un album fatto per ballare. Che tipo di tour hai in mente?  

«Poche date in locali storicamente legati più al clubbing che ai concerti (penso al link di Bologna o al Tenax di Firenze) e dei gran festoni. Non solo il concerto classico ma una vera serata fatta da dj set di qualità per ballare fino all’alba».  

 

Come mai la scelta di partire dall’estero?  

«Le location che abbiamo scelto sono molto capienti, basti pensare alle Ogr di Torino (per cui rimangono pochi biglietti disponibili). Prima di salire su un palco davanti a tremila persone meglio rodarsi per bene . E per dare il massimo abbiamo scelto di fare poche date: dopo il tour dell’Ultima festa ero stremato, avevo un nodulo alle core vocali che per fortuna si è ritirato con una cura di cortisone. Ora ho studiato con una logopedista e imparato a cantare respirando con il diaframma». 

 

Oltre a questo e a tutti i nuovi giocattoli che ti sei comprato per fare musica cos’altro è cambiato rispetto a tre anni fa?  

«È nato il mio secondo figlio, che oggi ha due anni. E ho capito che potevo vivere di musica. Tre anni fa non mi sembrava possibile. Lavoravo ancora come insegnante. Quando nel 2016 ho fatto uscire L’ultima festa pensavo davvero fosse l’ultima volta che mi sbattevo così tanto. Alla fine dell’anno avevo gli studenti che mi cantavano le canzoni a scuola. Poi in estate mi sono trovato in mezzo a un grande ricambio generazionale».  

 

Nell’ambito indie?  

«Indie ma non solo, anche il rap ha cambiato volto, con artisti come Ghali e Sfera Ebbasta. Mi ci sono trovato dentro e non sapevo se fosse l’apice o l’inizio di qualcosa. In ogni caso sapevo che non lo avrei mai dimenticato». 

 

Cosa cerchi oggi con la musica che fai?  

«Io sono uno che ama comunicare, tirare dentro le persone nelle cose che faccio. La visibilità che ho acquisito poteva mettermi pressione e invece mi ha dato energia. Oggi mi piace pensare di poter fare ascoltare cose nuove alle persone. Di alzare l’asticella del pop con suoni che pop non sono. Come nei dj set di Ivreatronic o nella promozione che farò all’interno delle librerie Feltrinelli. L’idea è di far ascoltare artisti come il producer italiano Bawrut o la nuova scena musicale di Durban, in Sud Africa, estremamente godibili anche se uno non se lo aspetterebbe». 

 

E in questo senso che ne pensi ad esempio di partecipare a Sanremo o programmi televisivi molto popolari?  

«Non credo che la mia presenza potrebbe cambiarne l’impronta. Sono format in cui per lo più non c’è spazio per l’innovazione. Però non sono uno che non cambia mai idea, se trovassi il modo di starci nel modo giusto allora chissà. Magari un giorno potrei farlo».  

 

Sempre a proposito di Sanremo c’è un brano del tuo album in cui Francesca Michelin urla “ciao Milano”. Come ce lo spieghi?  

(Ride) «Sì è Tristan Zarra, da Tristan Tzara, uno dei padri del dadaismo. Tutto è nato perché avevo creato un pezzo di musica che mi sembrava veramente demenziale e non sapevo che farne. Forse è il brano più audace che ho fatto. Ma non c’è solo Francesca (era qui di passaggio e abbiamo inciso insieme quello spezzone). C’è anche mio figlio più grande che racconta una storia in cui alla fine ci mangiano gli squali. Una doppiatrice professionista che legge una sorta di training autogeno. Mia moglie. E Calcutta, che gioca col telefonino».  

 

Un frullatore, insomma. Che in qualche maniera sta incredibilmente in equilibrio. Come il Cosmo. 

 

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