I dieci buchi neri che pesano sul bilancio 2015 del Salone del Libro

Contabilizzati crediti non esigibili e fatture considerate sospette

La magistratura vuole chiarire le modalità di compilazione dei bilanci, che sarebbero stati influenzati dalle indicazioni dell'ex sindaco di Torino Piero Fassino e dall’assessore regionale alla Cultura, Antonella Parigi, finiti sott’inchiesta per falso ideologico e turbativa d’asta


Pubblicato il 10/01/2018
Ultima modifica il 10/01/2018 alle ore 13:36
TORINO

L’indagine sui bilanci del Salone del Libro è appena a metà strada. Gli avvisi di garanzia recapitati lunedì mattina riguardano il documento contabile del 2015, ma il pm Gianfranco Colace vuole fare chiarezza anche sugli anni precedenti. Fino almeno al 2010, quando è stato inserito nel bilancio il valore del marchio della Fondazione. Due milioni e 800 mila euro. 

 

LE PRESSIONI  

Indirizzi. E condizionamenti. Il vero e il verosimile mescolati per produrre un bilancio sostenibile. L’obiettivo è di salvare la «Fondazione per il libro, la musica e la cultura», motore del Salone del Libro, manifestazione-simbolo della città come poche altre lo sono state negli anni. Obiettivo raggiunto con l’inganno, secondo il pm Gianfranco Colace. Siamo nel 2015. L’11 novembre si riunisce il comitato di coordinamento per stabilire le «linee guida» del bilancio. Il documento contabile viene predisposto da un commercialista, che però non finisce sott’inchiesta come i tre revisori dei conti. E su quel bilancio, pesa l’influenza dell’ex sindaco Piero Fassino e dell’assessora alla Cultura, Antonella Parigi. Per la procura, i due politici hanno «spinto» il consiglio d’amministrazione a portare quel bilancio con dati falsati nell’assemblea dei soci per l’approvazione. Avvenuta. 

 

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IL RISULTATO  

Per ottenere il risultato, il documento contabile è stato sottoposto a varie alchimie. Il primo ingrediente «truccato» è il marchio della Fondazione: un esperto (anche lui sott’inchiesta) lo aveva valutato 2 milioni e 800 mila euro, ma di recente la quotazione è stata ridimensionata a 100 mila euro. E poi, ci sono crediti inesigibili o parzialmente esigibili contabilizzati come «buoni», ammortamenti sopravvalutati o sottovalutati a seconda della convenienza, persino una fattura da 100 mila euro considerata «sospetta». Tutto questo, assieme ad altri artifici - per un totale di una decina di «osservazioni» - che saranno materia di interrogatorio nelle prossime settimane. 

 

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I BILANCI  

Ma i 2 milioni e 800 mila euro del marchio della Fondazione sono a bilancio dal 2010. E allora, perché negli avvisi di garanzia della procura è citato soltanto il documento contabile del 2015? Con quella sopravvalutazione, non sarebbero tutti da considerare falsati? La logica farebbe pensare questo. La procura tace. Ma la risposta potrebbe essere molto semplice: gli inquirenti hanno ricostruito la riunione «galeotta» del 2015 e non hanno elementi per ipotizzare altre «pressioni». O meglio, non ancora. Di certo, hanno incominciato a lavorare anche sui bilanci precedenti il 2015. Un lavoro che richiederà tempo. E potrebbe portare al coinvolgimento di altri personaggi nell’indagine.  

 

I DIFENSORI  

«Va in primo luogo chiarito che nemmeno un euro dell’intero importo contestato come peculato, e neanche un cioccolatino visto che anche questi vengono addebitati, è finito nelle tasche di Rolando Picchioni, ovvero è stato utilizzato per fini personali», scrivono Giampaolo e Valentina Zancan. Ancora: «Si tratta di spese, tutte da verificare in contraddittorio, certamente inerenti e funzionali all’attività e agli scopi della fondazione da Picchioni presieduta. Null’altro allo stato abbiamo da aggiungere a fronte di una indagine in corso da quasi quattro anni, tutt’ora non conclusa né depositata per consentire il legittimo diritto di difesa». 

«L’avviso di garanzia elenca alcune situazioni, ma è difficile capire quali siano gli elementi che portano a coinvolgere Fassino nell’inchiesta», dice il difensore, professor Carlo Federico Grosso. «Aspettiamo l’interrogatorio per conoscere la ricostruzione fatta dalla procura. Al momento, è difficile capire e poter spiegare», aggiunge l’avvocato Fulvio Gianaria, difensore dell’assessore Parigi. 

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