Il direttore del Crimedim: “Djalali torturato per fargli confessare quello che non è”

Francesco Della Corte, direttore del Crimedim, commenta così il caso del ricercatore iraniano che in tv ha sostenuto di essere una spia

Il professore Francesco Della Corte, direttore del Crimedim, il Centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale


Pubblicato il 18/12/2017
Ultima modifica il 19/12/2017 alle ore 10:45

«Ma quale confessione! È stato torturato finché non ha dovuto dire quanto volevano i suoi carcerieri». Il professore Francesco Della Corte, direttore del Crimedim, il Centro di ricerca interdipartimentale in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale per cui ha lavorato Ahmadreza Djalali, commenta così la confessione del ricercatore iraniano che in televisione ha sostenuto di essere una spia, l’accusa per cui è stato arrestato e condannato a morte. 

«Non è bastato che venisse condannato a morte dal Tribunale della Rivoluzione di Teheran per reati mai commessi - prosegue Della Corte - ora hanno voluto che pubblicamente si accusasse, in modo da avere una scusa, di fronte all’opinione pubblica, per poterlo uccidere».  

 

Djalali ha lavorato dal 2012 al 2015 a Novara. I suoi colleghi sono stati tra i primi a mobilitarsi per chiederne la liberazione. 

«Proprio l’iniziativa della comunità scientifica internazionale, che ha visto anche 75 premi Nobel prendere le difese di Ahmadreza, credo sia alla base della pubblica “confessione” - afferma Della Corte - È un modo per dire: ecco la persona che avete sempre sostenuto, vedete che è davvero una spia? Non c’è dubbio che la volontà degli iraniani sia quello di ucciderlo, magari come monito per tutti quegli scienziati che, come Ahmadreza, non hanno voluto fare la spia per l’Iran». 

 

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