Cosa significa essere poveri in Italia?

Dice l’Istat che un italiano su cinque è a rischio povertà: ecco come funziona il calcolo
ANSA


Pubblicato il 07/12/2017
Ultima modifica il 07/12/2017 alle ore 11:22

L’Istat ha pubblicato i risultati di una indagine dalla quale risulta che il 20,6 per cento degli italiani, uno su cinque, sono a rischio di povertà: non ancora davvero poveri, ma corrono il pericolo di diventarlo da un momento all’altro. La percentuale è in aumento rispetto all’anno precedente e non era mai arrivata a questo livello almeno negli ultimi dieci anni. Definire che cosa sia la povertà non è affatto semplice e infatti il rischio di povertà è solo uno degli indicatori che l’Istat utilizza per capire un fenomeno assai complesso. In questo caso economisti e statistici calcolano un valore di riferimento. Se in una famiglia entra meno del sessanta per cento di questo valore, la famiglia è a rischio. La formula vale in tutta l’Europa, ma siccome il calcolo si basa sul reddito di ciascun Paese, chi è considerato a rischio di povertà in Italia potrebbe non esserlo con lo stesso reddito in Grecia o in Portogallo, dove si guadagna meno.
 

Fatti i calcoli, la soglia di povertà per il 2016 è stata fissata in Italia dall’Istat a 9748 euro, che significano 812 euro al mese. Se in una famiglia non entra nemmeno questa cifra, vuol dire che è a rischio. La percentuale di coloro che si trovano in questa situazione, come si è detto, ha superato il 20 per cento ed è molto più alta al Sud, ma la situazione nell’ultimo anno è peggiorata soprattutto nel Nord-Ovest. Ci sono almeno altri due indici usati spesso dall’Istituto di statistica per definire chi è in grave difficoltà economica: l’indice di povertà assoluta e quello di povertà relativa.
 

La soglia di povertà relativa è calcolata in modo simile al rischio di povertà, ma guardando solo alle spese per i consumi. Rispetto al reddito non si tiene conto, per esempio, di quello che alcune famiglie riescono a risparmiare. Più o meno l’idea è che se una famiglia non sia in condizione di spendere gli stessi soldi che in media le altre famiglie spendono, è considerata sulla soglia della povertà relativa. La cifra in questo caso viene corretta in base al numero delle persone che vivono insieme. Per il 2016 è stata fissata a 636 euro al mese per chi vive da solo, a 1061 euro per una coppia, a 1411 euro per una famiglia di tre persone che salgono a 1730 se si è in quattro e a 2016 euro quando a dover pagare l’affitto, le bollette, mangiare e vestirsi con questi soldi sono cinque persone. Le famiglie in povertà relativa sono circa una su dieci, che salgono a quasi a una su tre quando si è in cinque.
 

La soglia di povertà assoluta è molto diversa. In questo caso quello che si cerca di capire è se le famiglie siano in grado di comprare il minimo indispensabile per vivere. È un calcolo molto più difficile. Viene costruito un elenco (paniere) di beni considerati necessari, si controllano i loro prezzi nelle diverse zone dell’Italia, poi si vede se le spese per i consumi delle famiglie sarebbero sufficienti per comprare almeno queste cose tenendo conto, anche in questo caso, del numero delle persone che vivono nella famiglia. Così per esempio una persona sola tra i 18 e i 60 anni è considerata in situazione di povertà assoluta se non può permettersi di spendere 554 euro in un piccolo Comune del Sud, che diventano 817 euro in una grande città del Nord, mentre una famiglia di quattro persone in una città di medie dimensioni del Centro Italia deve poter fare acquisti almeno per 1527 euro al mese. L’anno scorso in situazione di povertà assoluta, cioè sotto quest soglie di spesa, si trovavano in Italia 4 milioni e 742 mila persone riunite in 1 milione e 619 mila famiglia: una famiglia su tredici è nella povertà assoluta, una su dieci se si guarda solo al Sud. 

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