“Cara Giulia, stai tranquilla: chi ci insulta è un ignorante”

Intervista a David Okeke, la stella del basket che sostiene la ragazza aggredita sul bus: si supera, ma è dura

Classe 1998: David Okeke, nato a Monza, è arrivato alla Fiat nel 2016. Ha giocato nelle Nazionali Under 19 e Under 20 ed è stato convocato nella squadra maggiore (foto Daniele Solavaggione - Reporters)


Pubblicato il 17/11/2017
Ultima modifica il 17/11/2017 alle ore 10:49
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Il ragazzone vestito di nero che cammina da solo nel Parco Ruffini ha diciannove anni e presto, prestissimo, diventerà una stella. «Ero in centro, si è avvicinato un bambino e mi ha chiesto di scattarci un selfie. Non era mai successo, è stato strano». Toccherà abituarsi, perché David Okeke, nato a Monza da genitori nigeriani, ha già vinto una medaglia d’argento ai Mondiali Under 19, sta guidando la Fiat nella stagione che ha riacceso gli entusiasmi e, da poco, ha strappato la prima convocazione nella Nazionale maggiore di Meo Sacchetti. Seduto sui gradoni del palazzetto vuoto, guarda gli spalti dove, il giorno prima, i tifosi hanno srotolato uno striscione per la ragazza aggredita sul bus per il colore della pelle: «Siamo tutti Giulia». Almeno una volta, è «stato Giulia» anche Okeke. «Ero piccolo - racconta -. Mi hanno insultato, preso a brutte parole. Ma poi si supera tutto». 

 

Se Giulia fosse qui che cosa le direbbe?  

«Di stare tranquilla, che quegli insulti arrivano da persone ignoranti. Non bisogna ascoltarle, perché non capiscono».  

 

Siamo un Paese razzista?  

«Purtroppo il razzismo c’è ancora, non è sparito. Spero che un giorno ci saranno un po’ più di tolleranza e di intelligenza, perché io e gli altri ragazzi di colore siamo come tutti». 

 

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Siete italiani...  

«Sì, e se penso alla notte perfetta, quella che vorrei rivivere, avevo addosso la maglia azzurra. Era in Egitto, avevo appena vinto la medaglia d’argento con la Nazionale. La mia Nazionale, il mio sogno, fin da piccolo».  

 

E la sua partita migliore con Fiat?  

«Quest’anno, contro Andorra in Eurocup. Ero carico, volevo dare il massimo e sono stato determinante». 

 

Quando sognava di diventare un giocatore di basket chi erano i suoi miti?  

«Kobe Bryant, per la forza e l’eleganza. E Lebron James, uno dei più forti». 

 

Ci pensa all’Nba?  

«Sto lavorando ogni giorno per diventare come loro. Spero che questo mio sogno diventi realtà». 

 

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Ha amici nel mondo del basket?  

«Molti. Uno dei più importanti è stato Jamil Wilson. Mi ha aiutato molto, continuiamo a sentici via WhatsApp».  

 

Lei è nato in Lombardia, fin da piccolo ha girato l’Italia. Quanto è stato duro?  

«All’inizio molto, a undici anni ero a Roma, lontano da casa. Non potevo uscire. Ma l’ho superata in fretta, perché sapevo che se stavo andando in giro era per fare uno sport che mi piace». 

 

Da un anno e mezzo è a Torino. Come vive la città?  

«E’ un mondo completamente nuovo, ero abituato a realtà più piccole, ci ho messo un po’ ad ambientarmi ma le grandi città mi hanno sempre affascinato. L’ambientamento è stato veloce, mi sento già un po’ torinese». 

 

Cosa fa nel tempo libero?  

«Mi piace passeggiare in centro, guardare film. E poi ascolto musica hip hop: Kendrick Lamar, Drake, anche Jovanotti. Da un po’ vivo da solo, mi godo il relax».  

 

I suoi genitori si sono trasferiti in Italia dalla Nigeria vent’anni fa per cercare lavoro. Che rapporto avete?  

«Siamo molto legati, ogni domenica sono qui a sostenermi. Vengono a trovarmi a Torino appena possono».  

 

Se non avesse fatto il giocatore di basket?  

«Avrei fatto un altro sport, magari la pallavolo. O forse avrei studiato, mi sarei iscritto all’Università». 

 

Si sente fortunato?  

«Molto, moltissimo».  

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