E se tornassimo a formare tecnici federali?

Cesare Maldini e Enzo Bearzot


Pubblicato il 15/11/2017

E se fosse un ritorno al passato, con tutti gli aggiornamenti del caso, la formula per costruire il futuro? C’era una volta la scuola degli allenatori federali. La volle Artemio Franchi, per distacco il miglior dirigente della storia del nostro calcio, inaugurandola con Ferruccio Valcareggi cui successe il suo vice, Enzo Bearzot, e poi il vice del vice, Azeglio Vicini. Una struttura di allenatori che sceglievano una carriera meno remunerativa ma non meno prestigiosa rispetto a quella nei club. Qualcosa di molto simile ha fatto in questi anni la Germania. Che sia andata male non si direbbe. 

 

Supponendo sia una buona idea, e lo è certamente perché sino all’ultimo un signore che mi ha onorato della sua amicizia, si chiamava Enzo Bearzot, si è battuto per ripristinarla, il problema è da chi cominciare nel panorama di oggi, e all’indomani di un disastro epocale. Perché un paio di cosette dovrebbero essere ben chiare sin dall’inizio. La prima è che i parametri economici sono ben diversi rispetto a quelli dei grandi club: senza però dimenticare che gli stipendi da fame sono comunque un po’ diversi se è vero che Ventura guadagnava 130 mila euro al mese, netti ça va sans dire. La seconda è che le porte di Coverciano non sono, o non dovrebbero essere, girevoli: quando uno sceglie la carriera federale poi la prosegue, non come è successo in un paio di casi recenti e meno recenti, professionalmente anche comprensibili ma non per questo meno sgradevoli. Il Vecio, per tornare a un galantuomo d’altri tempi che ancora viaggiava a parole date o a strette di mano, rifiutò una prima, grande offerta italiana nell’84: e un’altra britannica nell’86, perché il suo dogma era che chi si è seduto sulla panchina dell’Italia oltre non poteva andare. 

 

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Un’ultima riflessione. Se Tavecchio non toglie il disturbo in quanto non direttamente responsabile dei risultati sportivi, come si racconta in queste ore, la si prenda per buona: affidandone la responsabilità, per esempio, all’ex-rivale Albertini (bel gesto, no?) che qualche partita in più l’ha giocata. E sia poi lo stesso Albertini a coinvolgere altra bella gente in un nuovo staff azzurro. E a provare a convincere Carletto Ancelotti che a 58 anni sarebbe il momento di dimenticare i capricci di Müller e Ribery per dedicarsi alla rifondazione tecnica del calcio italiano. Allenando l’Italia in prima persona sino a che se la sentirà e crescendo nel frattempo, in rigorosa scala gerarchica, gente di sua fiducia. Oggi, per dirne uno, Paolino Maldini, domani, per dirne un altro, Andrea Pirlo. Gente da grand’Italia, dopo questa overdose di mediocrità. 

 

 

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