Fine anni Sessanta, la minigonna arriva in città e cresce lo scandalo

Il caso della 19enne che nel 1967 si era sposata nella chiesa di San Carlo con un abito molto succinto


Pubblicato il 15/11/2017
Ultima modifica il 15/11/2017 alle ore 14:02
torino

La sua prima apparizione – siamo in Inghilterra - risale al 1963, o forse al 1965 (non c’è concordanza tra gli storici) per merito della stilista Mary Quant, che per il nome e la stringatezza dell’indumento si era ispirata alla popolare vettura Mini Minor. In Italia, e a Torino, arriverà qualche anno dopo, come onda lunga della Swinging London, dei Beatles e del ’68. 

 

LE CARATTERISTICHE  

Si definiva minigonna l’indumento che arrivava almeno 10 o 15 centimetri sopra le ginocchia, mostrando quindi parte della coscia: ma c’era anche chi esagerava. Per anni è stata motivo di scandalo. Tanto che quasi tre decenni dopo il suo esordio – siamo nel 1996La Stampa aveva così intitolato: «La minigonna non è più un reato, assolta una penalista multata per abbigliamento indecente: il giudice non è un censore, morale e diritto sono cose diverse».
A sorpresa la Corte di Cassazione, che precedentemente si era espressa con sentenze di segno decisamente opposto, aveva depenalizzato un bel pezzo del costume moderno. Per il giudice Accattatis, relatore della sentenza per la Terza sezione penale, «la morale e il diritto stanno su piani diversi. Alcuni comportamenti possono essere giudicati inopportuni, contrari al buon gusto, ma non per questo sono penalmente sanzionabili». La Corte si era pronunciata sul caso di un’avvocatessa bolognese condannata prima al pagamento di un’ammenda dal Gip, e poi dal pretore di Parma per atti contrari alla pubblica decenza. Nicoletta Bertaccini si era presentata all’ingresso di un carcere indossando una minigonna che senza tanti giri di parole era stata definita «vertiginosa». 

 

 

IL MATRIMONIO DELLO SCANDALO  

16 settembre 1967 a Torino, siamo agli albori della nuova moda. Sulle pagine della cronaca cittadina fa la sua comparsa un sacerdote moderno. Il titolo del nostro giornale: «Matrimonio in minigonna, la cerimonia è avvenuta nella parrocchia di San Carlo: il parroco non ha ritenuto di rilevare l’inconveniente per non drammatizzare la situazione». La sposa diciannovenne per giustificarsi con il giornalista che l’attendeva fuori dal sagrato si era così giustificata: «Io ho sempre portato l’abito corto». 

Il resoconto dell’evento che aveva creato tanto scandalo: «Ieri alle 10, nella parrocchia di San Carlo, è stato celebrato un matrimonio in minigonna. La sposa indossava una di quelle sottanine spiritose che tanto successo hanno fra le giovanissime, ma che le autorità religiose il più delle volte giudicano sconvenienti, soprattutto in chiesa. Seguendo l’esempio del Vaticano, dove gendarmi e guardie svizzere hanno l’obbligo di riaccompagnare al confine le donne in abito corto o cortissimo, il parroco avrebbe probabilmente rimandato le nozze invitando la coppia a presentarsi con indumenti più adatti». Ma quando è stato avvertito dell’inconveniente, gli sposi (lui Nino Peluffo, 32 anni, commerciante, lei Claudia Fiorell i, 19 anni, studentessa) erano già all’altare e testimoni, parenti ed amici affollavano i banchi. «Al parroco è sembrato più opportuno non rilevare la sconsideratezza della giovane che, comunque, salvava la decenza con calze non trasparenti e un atteggiamento devoto. Uscendo dalla chiesa gli sposi sembravano un po’ imbarazzati. La madre, guardando la figlia, ha scosso la testa: “Che tempi, che brutte abitudini!”». 

 

 

PUBLIFOTO / OLYCOM

 

 

LA MINIGONNA A SCUOLA  

Un altro salto in avanti, combinazione ancora nel 1996, sempre con La Stampa. Questa volta siamo a Sanremo. Il titolo: «La minigonna non entra a scuola: per protesta contro la decisione del preside, tutte le ragazze hanno indossato pantaloni larghi». Minigonne proibite nei luoghi di studio, un fatto che in quegli anni si ripeteva spesso anche a Torino. Al preside dell’Istituto professionale per il commercio sanremese Filippo Copelli non andava proprio giù la moda «nude look». Il nostro cronista, per l’occasione inviato da Torino: «Le allieve non accettano il diktat sull’abbigliamento e minacciano lo sciopero. Nessun commento ufficiale da parte dei docenti. La vicenda nasce dall’interpretazione molto personale del nuovo regolamento d’istituto, che richiede un abbigliamento decoroso in classe. Il preside ha preso la palla al balzo per passare nelle aule raccomandando alle ragazze di evitare d’indossare minigonne e altri capi di vestiario provocanti, ritenuti non adatti per l’ambiente scolastico». E a chi gli aveva domandato come si sarebbe comportato se l’indomani si fosse presentata a scuola un’allieva in minigonna, il responsabile della scuola aveva risposto: «Se è troppo mini la richiamo. E se insiste sarò costretto a sospenderla». «Qui si toma indietro di vent’anni: è una limitazione assurda, si sono lasciate sfuggire con il cronista le studentesse più arrabbiate, quelle che non ne vogliono sapere di rinunciare alla comodità dell’intramontabile mini». Che anche a Torino – nonostante il clima - in quel periodo ha sempre trovato molte seguaci.  

 

 

GETTY IMAGES/ABSODELS RF

 

 

Un’allieva sediecenne di un istituto torinese aveva commentato così il fatto ligure ad un giornalista della sua città: «La mini non viene indossata per provocare i compagni di scuola e tantomeno i professori. È alla moda, tutto qui. In più è anche pratica». 

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