E la merenda sinoira diventò apericena

Dalla consuetudine contadina di sfamarsi nel tardo pomeriggio alla nuova movida che prevede il rimbalzo da un locale all’altro

La «merenda sinoira» dei contadini in «Novecento» di Bernardo Bertolucci


Pubblicato il 08/11/2017
Ultima modifica il 08/11/2017 alle ore 07:16
TORINO

Dalla «merenda sinoira» all’apericena: difficile fotografare meglio il passaggio da un Piemonte e da un’Italia contadina a una società post-moderna, dove l’obiettivo non è più sfamarsi ma stare insieme e soprattutto farsi vedere nei luoghi e dalle persone che contano. La «merenda sinoira» (espressione dialettale piemontese per indicare la merenda quasi cena) con due fette di salame, un uovo sodo, il tomino, la frittata, la lingua, o le acciughe al bagnet vert, ossia al bagnetto verde agliato, era appannaggio di chi lavorava la terra e si ristorava nel tardo pomeriggio dalle fatiche della giornata innaffiando tutto con un bicchiere di vino (stavo per scrivere «buon» bicchiere di vino ma va detto che talora il vino del contadino non lo era e anzi aveva un’acidità per noi oggi quasi insostenibile). Se vogliamo visualizzare la situazione pensiamo a film come Novecento di Bernardo Bertolucci o l’Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, vera e propria epopea del ‘900 contadino. 

 

L’apericena invece nasce con il nuovo millennio, ed è un fenomeno metropolitano che si è a poco a poco esteso anche in provincia, ma che dalla provincia ha anche ricevuto apporti non secondari. Affonda le sue radici nella Milano da bere Anni 80 (il film Yuppies di Carlo Vanzina del 1986 la fotografa molto bene) e nella Torino degli aperitivi Anni 60 («Appuntamento yes, appuntamento con Punt e Mes», recitava il celebre spot di quell’aperitivo di cui Armando Testa aveva creato il logo, oggi diventato anche una scultura alla stazione di Porta Susa a Torino). Molti fattori hanno portato ad affermarsi questo nuovo rito il cui nome non sarebbe dispiaciuto ai futuristi, funamboli del linguaggio: tra l’altro impossibile dimenticare che Depero, uno dei protagonisti del Movimento di Marinetti firmò negli Anni 30 le campagne pubblicitarie per la Campari, azienda oggi sulla cresta dell’onda anche grazie all’apericena.  

 

Lo spritz  

Movida e prosecco sono i due pilastri su cui si fonda l’apericena. Perché è proprio il popolo della movida ad averne permesso l’affermarsi: prima di rimbalzare da un locale all’altro, da un cinema a un concerto rock, invece di passare da casa o andare al ristorante per una vera e propria cena, è più facile fermarsi in uno dei tanti locali che tra pizzette, patatine, olive, insalate di riso, pasta fredda e quant’altro ti riempiono lo stomaco mentre con gli amici decidi cosa farai più tardi. Ma forse non ci sarebbe apericena se non ci fosse lo spritz, long drink ormai diffuso in tutta Italia (e non solo) dal Triveneto che l’ha visto nascere. La tradizione vuole che il nome derivi dall’usanza dei militari austriaci di allungare con acqua frizzante o seltz («spritzen» il verbo tedesco) i vini bianchi veneti che avevano una gradazione alta per chi era abituato a ubriacarsi con la birra. Com’è, come non è, lo spritz si afferma come matrimonio di un vino, in genere il prosecco, con un bitter (Aperol, Campari o Select) e una spruzzata di seltz. L’Aperol (azienda famosa per i suoi caroselli Anni 60 dove una persona fingeva di ricordarsi il nome dell’aperitivo dandosi un colpo in testa con lo slogan «A!, Aperol») ha saputo cavalcare l’onda celebrando lo spritz come bevanda della convivialità, dopo una giornata di lavoro in ufficio. C’è da dire che lo spritz ha anche un fascino cromatico e il giallo arancio è diventato l’elemento essenziale di molti spot che lo pubblicizzano. E grazie anche allo spritz il prosecco è diventato uno dei vini italiani più conosciuti e bevuti nel mondo. Molti preferiscono, soprattutto fuori dal Triveneto, accompagnare l’apericena con cocktail superalcolici. Di qui l’affermarsi del bartender, l’uomo che crea i cocktail, nuova figura sociale che ha sostituito quella arcaica del barman. 

 

Lo struscio  

L’apericena si è radicata presto nelle grandi città, ma c’è da dire che non è rimasta insensibile al suo fascino anche l’Italia dello «struscio», ossia quell’Italia di provincia che al Nord come (e soprattutto) al Sud vedeva nel tardo pomeriggio strade e piazze d affollarsi di tribù di giovani e meno giovani, disposti (non sempre però al Sud) a sacrificare la cena casalinga per rimanere con gli amici.  

 

Ma se l‘apericena come rito collettivo si è ormai affermato, dal punto di vista dell’alimentazione è un bene o un male? Se lo chiede Federico Francesco Ferrero, medico nutrizionista, appassionato gourmet, nonché vincitore di una passata edizione di Masterchef su Sky, in un pamphlet dal titolo L’apericena non esiste: una disamina dei nostri vizi e virtù a tavola, dalla colazione al pranzo della domenica, passando per pausa pranzo e cena di lavoro. Qui sotto ne pubblichiamo un brano. 

 

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