Messina: “Al G7 chiedo una scossa. Una cabina di regia per creare più lavoro”

Amministratore delegato Intesa: per frenare il debito vendere gli immobili pubblici

A Torino
Il grattacielo di Intesa Sanpaolo, progettato da Renzo Piano, è vicino al centro storico e si estende su una superficie di 7mila metri quadri. Ospita 2mila dipendenti, aule destinate alla formazione e l’Innovation Center del gruppo


Pubblicato il 24/09/2017
Ultima modifica il 25/09/2017 alle ore 18:18
milano

Avrei volentieri messo a disposizione del G7 il grattacielo torinese di Intesa Sanpaolo», ammette Carlo Messina, perché «sarebbe stato un simbolo d’avanguardia ideale per chi deve affrontare i temi di innovazione, ricerca e industria». Non se n’è fatto nulla. Un peccato, concede l’ad della prima banca italiana, perché questo vertice è importante, «è il G7 di quelli che vogliono uscire dalle secche della crisi». Gli pare una fase cruciale, così «occorre una regia che progetti un sistema che formi adeguatamente per i nuovi lavori». Mica facile, ma si può fare: «Siamo ancora in tempo».  

 

Adesso che a Torino arrivano i sette grandi per cercare di dare una scossa all’economia che cambia, Messina giura di credere nel potenziale della ripresa e nella tenuta del sistema creditizio. Il mondo cambia e così il suo gruppo, che fa rotta rapida verso l’universo della Polizza, rifiuta l’etichetta di «banca di sistema» e parla di galassie finanziarie come di cosa d’altri tempi. L’invito è a guardare avanti nella consapevolezza che, ora è chiaro, tutte le soluzioni s’intrecciano. 

 

Eppure sono tempi incerti. Nessuna apprensione?  

«Non vedo elementi nella progressione della crescita mondiale, che è sostenuta, da cui possano derivare rischi significativi. Le Borse fluttuano ma alla fine non perdono mai di vista i fondamentali. L’economia si sta rimettendo, al massimo si possono avere dei riorientamenti, ad esempio gli investimenti che si spostano dagli Usa all’Europa, cosa che sta avvenendo». 

 

Come mai?  

«Si ritiene che il potenziale americano sia stato catturato e si considera superiore quello europeo. Vedo un recupero sostenuto e costante. Soprattutto per il mercato italiano». 

 

E’ vero, c’è crescita. Ma il suo alto contenuto tecnologico aumenta le diseguaglianze. Per molti è un dramma, no?  

«La crescita è diventata strutturale, tuttavia nei prossimi anni ci sarà una riduzione di Pil mondiale legata ai tassi di natalità in calo nel mondo occidentale. La compensazione verrà dalla produttività, che riequilibrerà la minor crescita della forza lavoro». 

 

L’aumento della produttività mette fuori gioco chi non sta dietro al cambiamento.  

«E’ necessario individuare dei percorsi per formare profili in grado di affrontare le nuove sfide professionali. Questo è ciò che chiederei al G7: adeguare il mondo del lavoro, per evitare che il futuro impatti sull’occupazione, e consentire un accesso non traumatico alle tecnologie. Dobbiamo inseguire le competenze giuste tra i nostri giovani e spingere alla formazione chi ha smesso di studiare. La mancanza di giovani qualificati è molto più grave oggi, con la disoccupazione che abbiamo, in una situazione come quella italiana, che è più complessa di quella di altri Paesi. E’ un problema sociale». 

 

E’ la debolezza italiana.  

«E’ la numero uno: non si cresce senza tenere insieme il tessuto sociale del Paese. La seconda debolezza è il debito pubblico, sostenibile grazie alla ricchezza privata, ma problematico perché erode le risorse necessarie per investire nella ricerca e predisporre chi lavora alle nuove sfide». 

 

Come frenerebbe il debito?  

«Con la dismissione di attivi pubblici. Se ho un patrimonio e mi servono delle risorse, prima di aumentare le tasse o tagliare gli investimenti, valuto gli immobili di proprietà pubblica che posso mettere sul mercato. Un patrimonio ingente di circa 300 miliardi di pertinenza delle amministrazioni locali. Possibile che non ne se ne trovi un terzo da dismettere con un vantaggio della collettività e dei futuri investimenti del Paese? Non abbiamo necessità di fare cassa, ma di alimentare lo sviluppo». 

 

E l’instabilità politica?  

«Lavoro e debito pubblico sono incognite strutturali. L’instabilità politica è una questione che, auspicabilmente, può essere risolta con una legge elettorale che consenta la governabilità». 

 

Parliamo del terremoto banche. Cosa è successo?  

«La crisi è stata alimentata dalla riduzione del Pil, dieci punti in pochi anni. Per gli attivi bancari, che vivono soprattutto di intermediazione creditizia, è stato uno tsunami. Le difficoltà delle imprese si sono trasferite sul credito e hanno aumentato le sofferenze, gli Npl. Sarebbe stato sufficiente questo, se non che banche malgestite hanno truffato i clienti. Il “misselling” è un fatto scandaloso per un mondo, quello bancario, che vive di reputazione».  

 

Abbiamo messo del nostro in una crisi dalle radici globali.  

«E’ andata così. Incredibilmente, banche piccole hanno costituito una minaccia per il sistema Paese. Il contesto ha reso tutto più grave, gonfiato i premi di rischio che hanno depresso i valori azionari. Rimossa l’incertezza, si è tornati alla realtà. Le quotazioni delle banche hanno ripreso a salire». 

 

Col governo avete trattato le venete come «sistemiche». Per Bruxelles erano «locali». Come spiega la divergenza?  

«Erano in effetti banche locali. Tuttavia, in un Paese che esce dalla recessione e che vede un motore di crescita in regioni come il Veneto, se si fossero fermate quelle banche, l’intero sistema si sarebbe potuto bloccare. Avremmo avuto un contagio, più grave perché avrebbe ulteriormente intaccato la fiducia in modo dirompente, non solo a livello locale. Il Paese avrebbe dato l’impressione di essere incapace di gestire le difficoltà. Avremmo perso tutti. Invece no. Per una volta, abbiamo fatto squadra».  

 

Le scosse continuano, da Carige a Bari. Siamo al sicuro?  

«Direi di sì. Risolte la situazione di Mps e delle venete, le principali componenti strutturali di rischio sono a posto».  

 

Varerete il piano d’azienda nel 2018, nell’era dei tassi zero. Volete più gestione del risparmio e assicurazione. Come?  

«La priorità assoluta è lavorare sulla fiducia, confermare a clienti, dipendenti e azionisti i percorsi di crescita della nostra Banca. Detto questo, in un ambiente a tassi zero il modello di business vincente è il “wealth management”, ovvero la gestione del risparmio. Intesa Sanpaolo amministra 920 miliardi, il che fa di noi il leader naturale per catturare i nuovi flussi di risparmio. E’ il mestiere su cui abbiamo già innestato un secondo filone, la componente assicurativa che ci vede, nel ramo vita, primi in Italia. Poi stiamo aggiungendo la voce “protection”, cioè i danni». 

 

Come pensate di aggredire il ramo Danni?  

«Con un progetto d’ampio respiro, assumendo e rafforzando la “fabbrica prodotto”. Come per il ramo Vita, anche per i Danni ci basiamo sulla forza della nostra rete».  

 

Pensate ad acquisizioni?  

«No. Guardiamo alla crescita per linee interne. Vogliamo riconvertire parte del personale e assumere promotori e gestori anche da altre reti. Puntiamo sul capitale umano e sulla qualità dei prodotti». 

 

Che tempi vi siete dati?  

«Il piano è di quattro anni in cui puntiamo a diventare tra i primi nell’assicurazione Danni in Italia. Col piano successivo vogliamo diventare i “numero uno”». 

 

Che effetto le fa quando vi chiamano “banca di sistema”?  

«Intesa Sanpaolo è una “banca dell’economia reale”, non “una banca di sistema”. E’ una definizione del passato, una “banca di sistema” può essere abbinata a valori che non si traducono in redditività, perché si pensa che paghi pegno anziché creare valore per gli investitori. Il nostro approccio è diverso. Se possiamo contribuire al benessere del Paese ne siamo felici. La stabilizzazione delle venete ha dato benefici alla collettività e generato valore per gli azionisti». 

 

Ancora il passato. Una volta si parlava di galassia del credito e della finanza in Italia. Finita anche questa stagione?  

«Senza dubbio. Ci sono, e ci saranno, aziende orientate a creare valore per gli investitori, i clienti e chi lavora. Gran parte del capitale delle banche quotate fa capo a investitori stranieri. Non c’è più spazio per ragionare su galassie e dintorni». 

home

home

I più letti del giorno

I più letti del giorno