La settimana italiana del Dalai Lama

Dal 16 al 21 settembre il leader spirituale del buddhismo tibetano è atteso in Sicilia (dove sarà a Messina, Taormina e Palermo) e in Toscana (Firenze e Pisa)

Il Dalai Lama


Pubblicato il 13/09/2017
Ultima modifica il 13/09/2017 alle ore 12:21
ROMA

Prima la Sicilia dove sarà a Taormina, Messina e Palermo dal 16 al 18 settembre su invito di queste città. Poi la Toscana - Firenze e Pisa - in una iniziativa promossa dalla Regione. E’ una trasferta tutta italiana quella che sta per iniziare per il XIV Dalai Lama, leader spirituale del Tibet e Premio Nobel per la Pace (nel 1989). Con diverse occasioni che lo vedranno in qualità di relatore unico o insieme a filosofi, scienziati, religiosi; in manifestazioni ad accesso libero, su invito, o con biglietto a pagamento (che stanno arrivando al «tutto esaurito» e prevono che i ricavi, coperte le spese organizzative, vadano a favore dei bambini tibetani).  

 

Si comincia dall’Isola dove sono molti gli eventi – mostre, film, incontri - organizzati in vista del suo arrivo. Tenzin Gyatso, il 16 settembre, inizierà il «tour» con due lezioni al Teatro Antico di Taormina (precedute dal conferimento di una onorificenza della città metropolitana di Messina da parte del sindaco Renato Accorinti): la prima lectio s’intitola «La pace è… l’incontro tra i popoli. Una opportunità per l’evoluzione dell’umanità»; la seconda «In cammino verso la Saggezza e la Felicità attraverso la meditazione». Il 17 altri due appuntamenti al Teatro Vittorio Emanuele di Messina (città che gli conferirà il premio «Costruttori di pace, giustizia e nonviolenza» e dove incontrerà il presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta e l’arcivescovo Giovanni Accolla): qui il Dalai Lama interverrà su «Etica compassionevole e interdipendenza», quindi sul tema «L’attività educativa e l’addestramento della mente». Il 18 sarà a Palermo -a ventun anni dall’ultima visita – accolto un’altra volta dal sindaco Leoluca Orlando (che al suo secondo mandato nel maggio 1996 gli aveva conferito la cittadinanza onoraria), per una visita organizzata dal comune con il Centro Buddhista Muni Gyana (che da pochi mesi ha trovato una sede a Pizzo Sella in un bene confiscato alla mafia). E se a Taormina e Messina il Dalai Lama affronterà temi riguardanti valori universali che vanno al di là delle religioni quali l’amore, la compassione, la pazienza, la saggezza, ma anche argomenti di attualità come l’immigrazione e il dialogo interreligioso, nel capoluogo siciliano la sua conferenza richiama sin dal titolo il suo libro insieme all’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, curato da Douglas Abrams: «Educazione alla gioia». Pagine – si ricorderà- dove si sostiene che, solo dopo aver conosciuto e imparato a controllare il dolore, è possibile trasformare la gioia da fugace emozione a costante della vita, nella consapevolezza inoltre che non c’è gioia per sé se non si crea gioia anche per gli altri.  

 

Concluso il «giro» siciliano, il Dalai Lama è atteso il 19 settembre a Firenze dove torna diciotto anni dopo la visita del 1999. Due gli incontri previsti al Mandela Forum nei quali il leader spirituale sarà protagonista. Il primo al mattino, all’apertura della terza edizione del «Festival delle Religioni», rassegna organizzata dall’Associazione Luogo d’Incontro, copromossa dal Comune di Firenze con l’Istituto Lama Tzong Khapa – il centro internazionale di studi di Buddhismo tibetano, di tradizione Mahayana, situato nel cuore della Toscana a Pomaia. In questo incontro dal titolo «La libertà nella regola», con il Dalai Lama, ci saranno anche il fondatore della Comunità ecumenica di Bose Enzo Bianchi, l’imam di Firenze e presidente dell’Unione delle Comunità islamiche d’Italia Izzeddin Elzir, il giurista Joseph Weiler, già rettore dell’Istituto universitario europeo. Nella stessa mattinata inoltre, il sindaco di Firenze Dario Nardella consegnerà al Dalai Lama il «Sigillo della pace», uno dei più importanti riconoscimenti cittadini attribuito in passato a personalità come Kofi Annan nel 2000, Michail Gorbaciov e Giovanni Paolo II nel 2004. Già nel primo pomeriggio il secondo appuntamento: nella città che si appresta a celebrare i quarant’anni dalla scomparsa di Giorgio La Pira, avrà come tema «La pace attraverso l’educazione», un public talk introdotto dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi.  

 

Lasciata Firenze, la mattina del giorno dopo, il 20, il Dalai Lama sarà a Pisa, accolto dal sindaco Marco Filippeschi e dal direttore dell’Istituto Lama Tzong Khapa Filippo Scianna, e, in piazza dei Cavalieri, incontrerà cittadini e studenti con una conferenza pubblica sul tema «La mente umana e la rivoluzione digitale: cambiamenti globali e futuro del pensiero e dell’educazione». A seguire il Dalai Lama si sposterà nel «Palazzo dei Congressi» dove di fatto si aprirà il primo Simposio “The Mindscience of Reality”, riservato a studenti, docenti e ospiti dell’Università di Pisa e dell’Istituto Lama Tzong Khapa (le due realtà hanno siglato una convenzione lo scorso anno), indirizzato a lanciare il concetto di «Mindiscience» in alternativa a «Neuroscience». Nello stesso contesto la mattina di giovedì 21 settembre il Dalai Lama terrà una lectio magistralis. Per gli organizzatori «lo studio della mente e della coscienza dovrebbe procedere in parallelo e in piena sinergia unificando l’approccio in terza persona, tipico delle scienze occidentali, a quello delle tradizioni sviluppate in Oriente e, in particolare in India, che hanno utilizzato per millenni un approccio in prima persona basato su introspezione, meditazione, contemplazione». Da qui l’invito «a Sua Santità il XIV Dalai Lama, che rappresenta la massima autorità di una tradizione filosofica che da 2.500 anni ha posto lo studio della mente e dei suoi fenomeni al centro della sua attenzione». Il Simposio presieduto da Paolo Mancarella, rettore dell’Università di Pisa e da Filippo Scianna, direttore del’ Istituto Lama Tzong Khapa, vedrà la partecipazione di filosofi come Michel Bitbol e Remo Bodei, fisici come Giuseppe Vitiello, del presidente della «Federico ed Elvia Faggin Foundation» Federico Faggin, di Steven Laureys, direttore del Coma Science Group, di Donald Hoffman ordinario presso il Dipartimento di Scienze Cognitive, Informatica e Filosofia presso l’Università della California, del monaco buddhista Matthieu Ricard, di medici, neuroscienziati, psicologi, ecc. Al centro delle discussioni temi come la materia e la coscienza, la meccanica quantistica e la realtà, nonché confronti sui fenomeni mentali, l’introspezione, le pratiche contemplative.  

 

Tenzin Gyatso , XIV Dalai Lama, è nato il 6 luglio 1935 da una famiglia contadina in un villaggio chiamato Taktser del Tibet nord-orientale con il nome di Dhondup Lhamo. È noto che a nemmeno cinque anni è stato riconosciuto come la reincarnazione del suo predecessore (secondo la tradizione buddhista i Dalai Lama vengono ritenuti manifestazioni di Avalokiteshvara, il Buddha della compassione e patrono del Tibet). Dai sei ai ventitré anni, ricevendo un’educazione monastica ha studiato con i principali maestri tibetani, conseguendo il titolo di Gheshe Lharampa (una sorta di dottorato di filosofia buddhista). Prima ancora di terminare i suoi studi, precipitata la situazione politica con l’invasione cinese del Tibet nel ’49 da parte di 80mila soldati dell’Esercito di Liberazione popolare, venne chiamato - all’età di 15 anni - ad assumere i pieni poteri. Dopo aver cercato invano una soluzione pacifica alla situazione (persino recandosi nel ’54 a Pechino per intraprendere colloqui di pace con Mao Zedong e altri leaders cinesi incluso Deng Xiaoping), nel ’59, in seguito alla repressione della rivolta di Lhasa da parte dell’esercito cinese, fuggì in India. Da allora vive a Dharamsala (nello stato indiano dell’Himachal Pradesh), dove hanno sede le principali istituzioni tibetane in esilio. Da qui non ha mai cessato di lavorare per il suo popolo, cercando di farne valere tramite il dialogo e la non violenza i diritti e l’integrità culturale. Risale al ’73 il suo primo viaggio fuori dall’India, quando a Roma incontrò Paolo VI (successivamente si registrano diversi incontri con Giovanni Paolo II e uno in forma strettamente privata nel 2006 con Benedetto XVI che poi, per due volte nel 2007 e nel 2009 - in occasione di visite romane del Dalai Lama, preferì soprassedere all’udienza, come ha fatto sino a oggi papa Francesco, certamente per il delicato rapporto tra Santa Sede e governo di Pechino). Come leader del suo popolo, il Dalai Lama ha comunque abbandonato ogni carica a favore del governo in esilio democraticamente eletto fra i membri della diaspora tibetana. Spogliatosi di ruoli politici, resta la guida spirituale riconosciuta del Buddhismo tibetano di tradizione Mahayana e, al contempo, uno studioso della scienza della mente interessato a unire la sapienza millenaria della sua tradizione con le più recenti acquisizioni della scienza. Le sue conferenze e i suoi libri, senza scopi di proselitismo, vogliono lanciare messaggi di pace, tolleranza e compassione, ma portano anche a tenere alta l’attenzione sul suo Paese che, di recente, l’Ong Freedom House ha posizionato al secondo posto -dopo la Siria - tra gli Stati con meno libertà del mondo. Nel report annuale del dipartimento di Stato statunitense sui diritti umani critico sul pugno di ferro della Cina in Tibet si legge: «La repressione nel paese delle libertà di parola, di religione, di movimento, di associazione e di riunione dei tibetani nella regione autonoma del Tibet (TAR) e in altre zone tibetane» è «più grave che in altre aree».  

 

Tutti i viaggi del Dalai Lama sono malvisti dalle autorità cinesi che non mancano di protestare anche ufficialmente innanzi a forme di accoglienza e riconoscimenti che ritengono offensivi nei loro confronti e verso un personaggio da loro ritenuto «un politico in esilio che da anni si presenta in veste religiosa nello svolgimento delle attività separatiste contro la Cina». E anche questa volta non mancano polemiche, specie a Firenze, dove la comunità cinese è assai presente. Proprio l’anno scorso, in ottobre, reagendo alle proteste organizzate da piccoli gruppi cinesi a Milano , dove era stato accolto dal sindaco Sala e dal cardinale Scola il Dalai Lama dichiarava: «Alcuni protestano perché non sanno cosa sto promuovendo, altri sono organizzati dalle ambasciate cinesi per creare queste problematiche». Le proteste - continuava- «sono un fatto molto normale, che avviene sempre», non senza sottolineare che il suo ritiro da ogni responsabilità politica risale al 1969 , dopo che per quattro secoli il Dalai Lama era sempre stato il capo spirituale, ma anche politico del Tibet. E concludeva: «L’istituzione del Dalai Lama non è importante per il futuro politico, tant’è che il nostro popolo sta facendo le elezioni. Ma sembra che improvvisamente sia molto importante per i cinesi. Sono più preoccupati i cinesi per il Dalai Lama che il Dalai Lama stesso».  

 

Non è tutto, perché - dal canto suo - Tenzin Gyatso, giunto all’età di 82 anni è abbastanza convinto che non ci sarà un XV Dalai Lama. Ritenendo che questa istituzione feudale avverta il peso del tempo (risale al XVI secolo) e non sia più adatta in tempi di democrazia, recentemente ha annunciato che chiederà agli stessi tibetani di pronunciarsi sul tema appena arriverà ai novant’anni (nel 2025).  

 

Ma i motivi sembrano più di ordine politico e riguardano appunto la Cina che non riconosce l’indipendenza del Tibet ed è interessata a influenzare la nomina dei successori. «Attualmente, solo il consiglio di Tukus, cioè dei maestri reincarnati, il cui numero si stima fra i cinquecento e il migliaio, è abilitato a designare quale, fra decine di bambini, è la reincarnazione del loro capo spirituale», si poteva leggere su La Croix, un paio di mesi fa. «Per confondere ulteriormente le tracce» -continuava Gilles Donada sulla testata cattolica francese - «Tenzin Gyatso ha accennato alla possibilità di reincarnarsi come donna o in diverse apparizioni contemporaneamente».  

 

In precedenza aveva dichiarato: «Per 2.600 anni gli insegnamenti del Buddha sono sopravvissuti anche senza una reincarnazione. Potrei nominare un successore spirituale prima della mia morte, e fare in modo che si concluda questa secolare tradizione».  

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